La prima immagine che tutti abbiamo in mente quando pensiamo ai tarocchi è senza dubbio quella di simboli enigmatici e di letture legate al destino. Eppure, quello che pochi sanno è che (almeno all’inizio) queste affascinanti carte non avevano nulla a che fare con la divinazione.
E non solo: siamo abituati ad associare i tarocchi ai celebri mazzi francesi, come i Tarocchi di Marsiglia, ma le loro origini sono anche (e soprattutto) italiane.
I tarocchi, infatti, nascono in Italia nel cuore del Rinascimento, tra le raffinate corti di Milano, Ferrara e Bologna, e non erano strumenti esoterici ma oggetti preziosi dipinti a mano per le famiglie nobili, pensati per il gioco e per essere mostrati, più che interpretati.
Solo in seguito, con la diffusione in Europa, cambieranno significato, trasformandosi in ciò che oggi conosciamo.
In ogni caso, quando guardiamo un mazzo di tarocchi, stiamo osservando molto più di "simboli": stiamo entrando in una storia lunga secoli, fatta di arte e viaggi, una storia tutta italiana e, a sorpresa, poco conosciuta.
Le origini dei tarocchi in Italia: tra corti rinascimentali e arte
Per capire davvero la storia dei tarocchi, dobbiamo lasciare da parte l’immaginario moderno e tornare indietro nel tempo, in un’Italia di corti raffinate, artisti e giochi di potere.
È qui, intorno al 1430, tra Milano e Ferrara, che prendono forma le prime carte che riconosciamo come tarocchi: nascono come evoluzione dei comuni mazzi da gioco italiani, arricchiti da una serie di 22 figure aggiuntive (i cosiddetti trionfi, oggi noti come arcani maggiori) che introducono un nuovo livello simbolico e visivo.
Non esiste ancora alcuna dimensione esoterica: i tarocchi sono pensati per il gioco, simili per dinamiche a quelle della briscola, e vengono commissionati dalle famiglie più influenti dell’epoca, come i Visconti e gli Sforza. A testimoniarlo sono anche documenti storici: nel 1440, ad esempio, il notaio Giusto Giusti di Anghiari scrive della realizzazione di un mazzo “a trionfi” destinato a un nobile fiorentino.
Le carte sono dipinte a mano, spesso impreziosite con oro e dettagli minuziosi, e ogni figura riflette una visione precisa del mondo: gerarchie sociali, valori, simboli condivisi. Ammirarle vuol dire entrare nell’immaginario del Rinascimento, in cui arte e rappresentazione del potere si richiamano senza sosta.
Da Milano e Ferrara, i tarocchi iniziano presto a diffondersi: a Bologna compaiono già a metà Quattrocento (citati in un furto del 1459) mentre a Firenze vengono regolamentati da un editto nel 1450. Ogni città sviluppa le proprie varianti iconografiche: a Milano, ad esempio, la carta della Forza raffigura Ercole impegnato contro il leone di Nemea, mentre a Ferrara la Luna assume tratti legati all’astrologia.
Intorno al 1500, un documento descrive le regole del Ludus Triumphorum, il Gioco dei Trionfi, a conferma del ruolo dei tarocchi come passatempo diffuso e strutturato. Solo molto più tardi, a partire dal XVIII secolo, le carte verranno associate alla divinazione.
Come i tarocchi si sono diffusi in Europa
Se le origini dei tarocchi sono italiane, è nel momento in cui attraversano i confini che la loro storia muta direzione.
Infatti, a partire dalla seconda metà del Quattrocento, dalle corti di Milano e Ferrara, i mazzi cominciano a viaggiare: sono gli anni delle guerre d’Italia, degli scambi culturali, delle corti in dialogo tra loro. Ed è proprio così che i tarocchi arrivano in Francia, portati anche dai soldati francesi che, tornando dalle campagne militari nel Nord Italia, recano con sé tale gioco così affascinante.
Oltralpe, qualcosa inizia subito a cambiare. Il nome da “trionfi” diventa tarot e il gioco circola e si evolve: nascono varianti locali (come il celebre Tarot de Marseille) che reinterpretano simboli e figure, mantenendo però intatta la struttura originaria.
Nel corso del Seicento, i tarocchi proseguono il loro viaggio verso l’Europa centrale: arrivano in Germania, probabilmente proprio dalla Francia, e da lì si espandono ancora di più. Anche il linguaggio si trasforma: molti termini del gioco derivano dal francese, segno di un passaggio culturale ormai consolidato.
Tuttavia, non parliamo solo di espansione geografica, ma sociale. Se all’inizio i tarocchi erano oggetti d’élite, nel Settecento la stampa xilografica permette una produzione più ampia e li rende accessibili a un pubblico sempre più vasto. Tra il 1730 e il 1830 diventano popolari in gran parte d’Europa (dalla Svizzera ai Paesi Bassi, dalla Danimarca alla Russia) e assumono regole sempre più omogenee, pur con differenze locali.
Eppure, la trasformazione più radicale non riguarda la diffusione, ma il significato.
È alla fine del XVIII secolo, ancora una volta in Francia, che i tarocchi vengono reinterpretati in chiave esoterica: studiosi e occultisti iniziano a leggerli come un linguaggio simbolico, collegandoli all’astrologia, alla cabala, a presunte origini antiche (come l’Egitto) che intrigano ma non trovano conferma storica. Figure come Etteilla (Jean-Baptiste Alliette) li trasformano in uno strumento divinatorio e aprono la strada a un nuovo modo di utilizzarli.
Da quel momento in poi, una simile lettura si diffonde con rapidità, fino a sovrastare quasi in toto l’uso originario.
Il significato simbolico delle carte: un linguaggio universale
A prima vista, i tarocchi sembrano un insieme di immagini enigmatiche: figure sospese, animali, simboli, gesti che non spiegano ma suggeriscono. E proprio qui sta il loro fascino indiscusso.
Un mazzo di tarocchi è composto da 78 carte: 22 Arcani Maggiori e 56 Arcani Minori, ma ridurli a una struttura sarebbe limitante perché, più che un sistema, rappresentano un linguaggio, un modo di raccontare l’esperienza umana tramite le immagini.
Al centro di tutto c’è il cosiddetto “viaggio del Matto”, una figura senza numero, libera da ogni schema, che attraversa tutte le carte come se fossero tappe di un percorso. Non si tratta di un viaggio lineare, bensì simbolico: dall’inizio spontaneo e istintivo, rappresentato dal Matto, fino al compimento del Mondo, dove ogni elemento trova il proprio equilibrio.
In mezzo, si snoda una sequenza di archetipi che parlano ancora all’uomo moderno con sorprendente immediatezza: ad esempio, il Bagatto incarna l’inizio, la possibilità di agire e trasmutare, l’Imperatrice richiama la fertilità e la creazione, mentre l’Imperatore costruisce ordine e struttura. Gli Amanti mettono di fronte a scelte profonde, la Ruota della Fortuna ricorda che tutto cambia, la Morte o Arcano senza nome (forse la carta più fraintesa) non segna una fine, ma una trasformazione.
Poi c’è l’Appeso, sospeso in una posizione innaturale, che invita a fermarsi, a guardare le cose da un’altra prospettiva. E infine il Mondo, che non è un traguardo definitivo, ma un momento di armonia, di integrazione, di comprensione.
Accanto a tale percorso più ampio, gli Arcani Minori riportano il simbolismo nella vita quotidiana: i quattro semi (Coppe, Spade, Bastoni e Denari) parlano di emozioni, pensieri, azioni e materia, e raccontano ciò che accade ogni giorno, dando forma alle sfide, ai desideri, ai conflitti che segnano l’esperienza umana.
Col passare dei secoli, soprattutto fuori dall’Italia, a queste immagini si sono sovrapposti nuovi livelli di lettura: simboli alchemici, riferimenti astrologici, richiami alla cabala e a tradizioni antiche. Mazzi come il Rider-Waite-Smith hanno codificato l’immaginario e lo hanno reso riconoscibile a livello internazionale.
I mazzi più celebri: capolavori tra arte e potere
Dettagli della carta degli amanti del mazzo Visconti di Modrone, che mostra lo stemma dei Visconti unito a quello dei Savoia.
Tra tutti, i più noti mazzi di tarocchi italiani sono i Visconti-Sforza, realizzati tra il 1440 e il 1460 circa per i duchi di Milano, un insieme di carte oggi sparse tra svariate collezioni, attribuite in gran parte all’artista Bonifacio Bembo.
Ammirarli significa entrare in un universo di lusso e simbolo: fondi in oro e argento, dettagli minuziosi, figure che sembrano sospese fuori dal tempo, non semplici carte da gioco ma veri oggetti di rappresentanza, pensati per riflettere il prestigio di chi li possedeva.
Tra le versioni più affascinanti il mazzo Visconti di Modrone, di cui sopravvivono 67 carte: i trionfi e le figure emergono su fondi dorati, mentre le carte numerali brillano su superfici argentate. Altrettanto suggestivo è il mazzo Brera-Brambilla, conservato alla Pinacoteca di Brera: più raro e frammentario, conserva solo due trionfi (l’Imperatore e la Ruota della Fortuna) ma mantiene intatta la raffinatezza dei materiali e della lavorazione.
E poi c’è il mazzo Pierpont-Morgan Bergamo, forse il più noto: in origine composto da 78 carte, ne restano 74, distribuite tra New York, Bergamo e una collezione privata. È uno dei pochi esempi che permettono ancora di intuire la struttura completa dei primi tarocchi rinascimentali.
Accanto ai Visconti-Sforza, un altro mazzo fondamentale è il Sola Busca, datato 1491 e conservato alla Pinacoteca di Brera. È il più antico mazzo completo giunto fino a noi e si distingue per uno stile differente: figure a figura intera, ispirazioni classiche, un linguaggio visivo che anticipa molte delle iconografie moderne.
Con il tempo, i tarocchi hanno continuato a evolversi anche a livello locale. Un esempio è la tradizione bolognese, tra le più longeve in Italia, che nel Settecento trova una sua espressione nel mazzo di Giacomo Zoni, testimonianza di un uso ormai diffuso anche al di fuori delle corti.
Oggi, molti di questi mazzi sono conservati in musei e collezioni, ma alcuni sono stati riprodotti e resi accessibili per chiunque ne sia appassionato.
Dove vedere antichi mazzi di tarocchi in Italia
Dopo aver attraversato secoli di storia e simboli, c’è un modo per rendere il misterioso e ammaliante viaggio concreto: vedere gli antichi mazzi con i propri occhi. I tarocchi sono oggetti reali, carte che portano ancora i segni delle mani che le hanno create, dei luoghi in cui sono nate e delle storie che hanno ascoltato.
Uno dei luoghi più affascinanti dove avvicinarsi a questa dimensione è l’Accademia Carrara di Bergamo, che fino al 2 giugno 2026 ospita la mostra “TAROCCHI. Le origini, le carte, la fortuna”.
Dopo oltre un secolo, le 74 carte del leggendario mazzo Colleoni (uno dei più antichi e completi al mondo) vengono riunite nello stesso spazio. Un insieme che oggi è disperso tra Bergamo, la Morgan Library di New York e una collezione privata, e che per la prima volta torna a raccontarsi nella sua interezza.
Il percorso della mostra ripercorre sette secoli, dal Quattrocento al Novecento, e permette di entrare appieno dentro la storia dei tarocchi: non solo le carte, ma le mani che le hanno create, le committenze, le tecniche, l’attrazione che continuano a esercitare tuttora.
Ma Bergamo non è l’unico posto in cui la magia prende forma.
Nel piccolo borgo di Riola, sull’Appennino bolognese, il Museo Internazionale dei Tarocchi custodisce una collezione sorprendente, che va dai mazzi antichi a quelli d’artista: le carte diventano il punto di partenza per un racconto più ampio, che tocca cultura, simbolismo e immaginario.
A Milano, la Pinacoteca di Brera ospita alcuni dei più celebri mazzi Visconti-Sforza, tra i più antichi giunti fino a noi: osservarli da vicino significa cogliere la raffinatezza del dettaglio, la ricchezza dei materiali, la profondità di un linguaggio visivo che nasce ben prima dell’idea di “lettura” che ormai associamo ai tarocchi.
Scendendo verso sud, a Catania, il Castello Ursino accoglie testimonianze della tradizione siciliana, con mazzi antichi che raccontano una diffusione meno nota ma altrettanto significativa.
E poi c’è una meta che, pur non conservando carte, riesce a tradurne l’essenza in modo sorprendente: il Giardino dei Tarocchi a Capalbio, in Toscana, un parco di sculture monumentali, ispirate agli arcani maggiori, dove il simbolismo prende forma nello spazio e diviene esperienza da vivere in prima persona.
Curiosità sui tarocchi italiani che (quasi) nessuno conosce
Esistono storie che si nascondono tra le carte, dettagli che sfuggono a uno sguardo veloce, ma che, una volta scoperti, cambiano per sempre il modo in cui le osserviamo.
La prima, forse la più sorprendente, è anche la più semplice: i tarocchi non nascono per predire il futuro. Per secoli sono stati un gioco, conosciuto con nomi come Tarocchini, diffuso tra le corti e poi tra le città. Solo molto più tardi, nel Settecento, qualcuno inizierà a leggerli come strumenti di divinazione.
Eppure, già nelle loro forme originarie, parlano in modo più profondo: i 22 Arcani Maggiori (allora chiamati Trionfi) non sono semplici figure decorative ma scene allegoriche che illustrano l’esperienza umana e suggeriscono come se ogni carta appartenesse a un racconto più ampio.
Col tempo, attorno a queste immagini si sono costruiti miti avvincenti. Uno dei più diffusi li collega all’antico Egitto, come un frammento perduto del “Libro di Thot”: è una teoria nata nel XVIII secolo, destinata a sedimentarsi nell’immaginario collettivo ma priva di fondamento storico.
Poi ci sono i dettagli, quelli che rendono ogni carta quasi viva.
Il Matto, ad esempio, è spesso rappresentato come un viandante, con un sacco sulle spalle e un cane che lo incalza, come a richiamarlo alla realtà mentre procede verso l’ignoto; la Ruota della Fortuna è popolata da creature ibride e simboli che parlano di cicli, trasformazioni, equilibri instabili; la Morte, priva perfino di un nome per rispetto e timore, non indica mai una fine definitiva, ma un passaggio, un cambiamento necessario.
Alcuni mazzi sono veri capolavori: quelli realizzati per le grandi famiglie rinascimentali (come i Visconti-Sforza) venivano dipinti a mano con oro e pigmenti preziosi come il lapislazzuli ed erano oggetti di lusso, destinati a durare nel tempo.
Tra i più incantevoli va menzionato il mazzo Sola Busca, datato 1491 e oggi conservato alla Pinacoteca di Brera: il più antico completo conosciuto, inciso con una tecnica raffinata e con soggetti a figura intera che rompono gli schemi iconografici tradizionali.
Infine, uno sguardo alle tracce lasciate nei documenti, quasi come indizi: a Firenze, nel 1450, i tarocchi vengono persino banditi perché considerati espressione di “vanità”. Eppure, pochi anni dopo, un furto a Bologna ne testimonia l'espansione e il successo come gioco.
L'autore
Scritto il 12/05/2026

Flavia Cantini
Tra Rinascimento e simboli nascosti: la vera storia dei tarocchi italiani ti sorprenderà.