Elizabeth Djinis

Elizabeth Djinis

Il viaggio di un’expat nella burocrazia italiana: frustrazioni, sorprese e momenti umani, con consigli pratici per orientarsi e non perdere la testa. 

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Traduzione dall'articolo originale in inglese a cura della Redazione di Visit Italy.

Prima di trasferirmi in Italia, c’era una cosa su cui praticamente tutti mi mettevano in guardia. Era una presenza costante, anche nelle conversazioni più banali. Anche quando pensavi di averla finalmente spuntata, riusciva comunque a rallentarti, a confonderti o a ripresentarsi nei modi più imprevedibili. Di cosa sto parlando? Della famigerata, polverosa burocrazia italiana.

Come ogni eroina piena di speranza, ne ero quasi affascinata: quanto poteva essere difficile, in fondo? Forse, con abbastanza logica e pazienza, sarei riuscita a uscirne vincitrice, dove “vincitrice” significa semplicemente portare a termine ciò che mi ero prefissata.

Avevo iniziato la mia carriera come giornalista locale e il funzionamento delle istituzioni mi aveva sempre incuriosita. Un ufficio comunale era il posto ideale per vedere davvero come funziona un Paese, un po’ come aprire un elettrodomestico e osservare da vicino tutti i suoi meccanismi. Con un entusiasmo quasi ingenuo, immaginavo che la burocrazia italiana, col tempo, mi si sarebbe rivelata.

Naturalmente, stavo affrontando tutto con troppa logica, come se stessi guardando un quadro impressionista da troppo vicino, quando invece andrebbe osservato a distanza. Quello che non immaginavo è che orientarmi nella burocrazia italiana mi avrebbe insegnato molto più che compilare moduli o fare la fila. Sarebbe diventato uno dei modi più efficaci per capire come funziona davvero l’Italia e, in un certo senso, come imparare a viverci.

Questa è la mia avventura nella burocrazia italiana, insieme ai consigli che ho raccolto lungo il percorso, e che potrebbero esserti utili se stai pensando di viaggiare o di fermarti qui per un periodo più lungo.

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Quando sono arrivata in Italia, tutto mi faceva venire voglia di piangere

Quando sono arrivata in Italia, tutto mi faceva venire voglia di piangere

I miei primi giorni a Roma

Appena arrivi in Italia, ti scontri quasi subito con la burocrazia: entro otto giorni lavorativi dall’ingresso nel Paese devi presentare la domanda per il permesso di soggiorno.

In teoria, era qualcosa che avevo già fatto durante un semestre di studi a Roma, ma allora ero stata guidata passo dopo passo: accompagnata negli uffici, messa in fila, semplicemente aspettando il mio turno. Questa volta, invece, dovevo fare tutto da sola.

Sapevo solo una cosa: il primo passo per ottenere il permesso di soggiorno era andare allo “sportello amico” in posta e chiedere il cosiddetto “kit”. Già questo sollevava più domande che risposte: ogni ufficio postale aveva davvero uno sportello “amico”? Erano distribuiti in modo uniforme o avrei dovuto camminare mezz’ora per trovarne uno? Avrebbero capito cosa intendevo dicendo “kit”?

Rileggendo ora queste domande, sembrano quasi ingenue. E dentro di me una voce mi dice: Ma non è ovvio? Eppure trasferirsi in un Paese straniero, soprattutto senza punti di riferimento, è un po’ come dover imparare di nuovo a camminare e parlare. Devi assimilare regole, abitudini e codici completamente nuovi. E questo è profondamente destabilizzante: cose che davi per scontate, spedire un pacco, comprare un elettrodomestico, attivare internet, diventano improvvisamente incomprensibili.

Cercavo di applicare le mie aspettative americane, secondo cui il punto A porta generalmente al punto B, ma ho dovuto abbandonarle.

La mia prima volta all’Ufficio Postale

In ogni caso, quando finalmente riuscii ad arrivare al primo ufficio postale, nascosto in una piccola piazza all’uscita della metro Flaminio, proprio vicino a Piazza del Popolo, mi feci strada nella fila che avanzava a passo d’uomo fino allo sportello, solo leggermente confusa dalle diverse opzioni del menu offerte dalla macchinetta che distribuiva i numeri.

Ripassavo mentalmente quello che avrei detto, immaginando di chiedere il kit in un italiano che, nella mia fantasia, sarebbe stato impeccabile. E quando finalmente arrivai allo sportello, riuscii a pronunciare la mia frase… solo per sentirmi rispondere, in modo secco:

«Abbiamo finito i kit.»

Era una risposta per la quale non ero affatto preparata. Il meccanismo nella mia testa andò in tilt. «Sa quando arriveranno?» chiesi, ma ottenere risposta a due domande in un ufficio postale italiano, in genere, non è cosa scontata.

Uscii barcollando dalla porta, sotto shock: avevo aspettato trenta minuti senza aver fatto alcun passo avanti rispetto al mio obiettivo iniziale, e con una nuova preoccupazione. Non sapevo nemmeno che i kit potessero esaurirsi.

Una Scatola Cinese

Una Scatola Cinese

Vista su Monteverde, il mio quartiere del cuore

Per molti versi, questa esperienza divenne un’allegoria della prova del fuoco che fu il mio primo anno di vita in Italia. Il problema non era mai stato davvero il sistema, ma il mio modo di approcciarmi ad esso. In sostanza, cercavo di applicare le mie aspettative americane, secondo cui il punto A porta generalmente al punto B, ma ho dovuto abbandonarle.

Quello che iniziai a capire è che un ordine esisteva, ma la vera difficoltà stava nel individuarlo (un ordine che poteva cambiare da un ufficio all’altro) e nel rimanere aperti a come le cose si sarebbero svolte, invece di irrigidirsi con frustrazione al primo segno di fallimento.

La complicazione derivava spesso dal fatto che ogni documento era come una scatola cinese: per ottenerne uno era quasi sempre necessario averne prima un altro. Quando finalmente riuscii a depennare dalla lista il permesso di soggiorno, mi trovai davanti a un’altra sfida scoraggiante: affittare un appartamento.

Oltre alla difficoltà, già di per sé notevole, di trovare una casa che fosse a) abitabile, b) nella zona che desideravo e c) nel mio budget, c’era un ulteriore ostacolo: per firmare la maggior parte dei contratti avevo bisogno di un codice fiscale

Era la prima volta che ne sentivo parlare e non avevo la minima idea di come ottenerlo. Tutto ciò che mi fu detto fu di andare all’Agenzia delle Entrate, un nome che, di certo, non evocava semplicità.

Capire che gli ostacoli erano normali, e non un fallimento personale, ha trasformato tutto in un’avventura.

Come ho affrontato il mio successivo ostacolo burocratico

Dopo essere riuscita a trovare la piattaforma online, presi apposta un appuntamento in un ufficio alla periferia di Roma, dato che la data disponibile era molto più vicina rispetto a quella di un ufficio in centro. Questo però significava che non sarei riuscita a raggiungerlo facilmente con i mezzi pubblici.

Così quando il mio autobus, inevitabilmente, non passò, fui costretta a prendere un taxi. Nella mia testa iniziai a fare i conti: quanto avrei speso solo per ottenere un documento?

Eppure, la burocrazia italiana riesce sempre a sorprenderti quando meno te lo aspetti. Quando finalmente arrivai allo sportello e spiegai la mia situazione all’impiegata, lei inserì i miei dati nel sistema e scoprì che avevo già un codice fiscale, risalente al mio precedente soggiorno a Roma. Stampò con cura il foglio e vi appose un timbro ufficiale. Capii subito che avrei dovuto conservarlo per tutta la vita.

Col tempo, iniziai a vedere ogni appuntamento burocratico come un lancio di dadi: il risultato era imprevedibile. Gli amici erano la mia unica guida: uno mi disse di dare per scontato che avrei dovuto andare in un ufficio pubblico almeno due volte prima di ottenere ciò di cui avevo bisogno; un altro mi avvisò che era meglio affrontare qualsiasi pratica mettendo in conto che, all’ultimo momento, sarebbe spuntato un documento di cui non avevo mai sentito parlare.

Stranamente, questo mi tranquillizzò. Capire che gli ostacoli erano normali, e non un fallimento personale, trasformò tutto in un’avventura.

Ciò che mi ha davvero salvata: il fattore umano

Ciò che mi ha davvero salvata: il fattore umano

Io, il mio gatto, il nostro balcone a Roma

Quando si parla degli italiani, si dice spesso che siano calorosi. A volte ho avuto dei dubbi, ma negli uffici pubblici questo è assolutamente vero.

Ricordo ancora l’impiegata comunale che mi guidò passo passo per ottenere un certificato di residenza particolarmente complicato, necessario per il permesso di soggiorno di lunga durata. Scrisse il numero del suo ufficio su un post-it e insistette perché la chiamassi in caso di dubbi. E nelle settimane che mi servirono per capire tutti i requisiti, la chiamai davvero, più volte. Tanto che, quando finalmente ottenni il certificato, fu la prima persona a cui mi venne voglia di dirlo.

Un'altra volta, quando ricevetti un'opportunità di lavoro che avrebbe richiesto un cambio di status, andai direttamente allo sportello immigrazione della questura di zona per chiedere consiglio. Lì, l’impiegata colse subito l’urgenza della mia situazione.

«Occasioni così non capitano tutti i giorni», disse, portandosi una mano al petto. Ancora oggi, ogni tanto mi chiede come sto.

E dopo settimane di tentativi e, finalmente, dopo essere riuscita a fissare un appuntamento online per la carta d’identità, entrai nell’ufficio un sabato mattina con entusiasmo, pronta a ritirare un documento che mi sembrava di aspettare da sempre. Aprii la busta e scartai la carta, provando una sensazione di appartenenza. Il sorriso mi si allargò sul volto come se non dipendesse nemmeno dalla mia volontà.

L’impiegata non si stupì. «Una volta la gente si emozionava per andare a fare shopping o comprare qualcosa di nuovo», disse. «Adesso si emoziona per la carta d’identità.»

Negli Stati Uniti è raro riuscire a trovare qualcuno, al telefono o di persona, disposto ad ascoltare davvero il tuo caso specifico. Spesso vieni indirizzato a un servizio automatico, con una voce impersonale. Ciò che rende difficile la burocrazia americana era proprio la sua disumanità.

In Italia, invece, tutto è così umano; con le sue complicazioni, certo, ma anche con i suoi vantaggi. Qui non avevo la sensazione di avere a che fare con un meccanismo impersonale, ma con una persona in carne e ossa, capace di valutare la mia situazione nelle sue sfumature. In fondo, un “no” raramente suonava come un no definitivo, ma piuttosto come un “non ancora”.

Quello che ho imparato: 5 consigli per cavarsela in Italia

Se stai pensando di trasferirti in Italia,  o anche solo di soggiornarci per un po', ecco quello che ho imparato sul campo.

1. Fai una lista di documenti prima di iniziare
Permesso di soggiorno, codice fiscale, carta d'identità, e anche il passaporto del tuo animale, se lo porti con te. Ognuno ha i suoi prerequisiti. Costruisci una checklist per ciascuno prima ancora di prenotare il primo appuntamento.

2. Moltiplica il tempo che pensi ti servirà
Roma non è stata costruita in un giorno. E nemmeno il tuo permesso di soggiorno. Parti dall'assunzione che dovrai tornare almeno due volte. Se non torni, sarà una piacevole sorpresa. Aspettati code agli uffici postali, sportelli aperti online ma chiusi di persona, pratiche non disponibili.

3. Fotocopie di tutto, sempre
Italia è un paese di documenti cartacei. Ogni originale con timbro ufficiale va scannerizzato, fotocopiato e conservato in una cartellina trasparente in un posto sicuro. Ti verrà richiesto di nuovo. Sempre. 

4. Fai le domande di persona, ogni volta che puoi
Gli impiegati conoscono il processo molto meglio di quello che trovi scritto online. E le istruzioni cambiano da ufficio a ufficio. Vai di persona ogni volta che puoi, costruisci un rapporto, lascia che si ricordino di te. Ti ripagherà.

5. Goditi il lato umano
La più grande sorpresa? La burocrazia italiana è sorprendentemente umana. Gli impiegati possono guidarti, consigliarti, persino empatizzare quando sei bloccata o bloccato. Il rispetto e la gentilezza percorrono molta strada, quello che inizia come un processo noioso può trasformarsi in un momento di connessione autentica.

L'autore

Scritto il 03/04/2026