Traduzione dall'articolo originale in inglese a cura della Redazione di Visit Italy.
Quattro anni fa mi sono trasferita a Roma e, anche se è vero che non l'ho fatto esclusivamente per andare alla ricerca della città antica, quella era sempre presente nei miei pensieri. Ero un po' come quegli uomini americani che dicono di pensare ogni giorno all'Impero romano: io, però, non volevo soltanto pensarci ogni giorno. Volevo viverlo, ogni giorno.
Eppure, con il passare del tempo a Roma, sentivo che parte di quel fascino si affievoliva letteralmente, come quando una storia d'amore passa dall'entusiasmo della luna di miele alla più radicata monotonia di una relazione di lunga durata. Contemplare monumenti antichi che un tempo mi avevano fatto venire le lacrime agli occhi finiva ormai per lasciarmi semplicemente indifferente.
Mi chiedevo se fosse possibile recuperare quella magia, se in determinate circostanze avrei potuto ritrovare le emozioni che un tempo la città antica suscitava in me, oppure se vivere a Roma significasse accettare una realtà inevitabile: la storia è affascinante la prima volta che la incontri, la seconda, persino la terza; ma dopo l'ennesima visita anche chi ama profondamente il mondo classico può finire per assuefarsi.
Non volevo credere che fosse davvero così, ma faticavo a trovare prove del contrario. Le torride giornate estive romane mi facevano perfino detestare l'idea di uscire di casa e, di certo, l'ultima cosa che desideravo era affrontare un tour antropologico della città nella speranza di riaccendere quella scintilla.
Naturalmente non potevo sapere che non sarebbe stata Roma, bensì Pompei, a restituirmela.
La nube si levava da una montagna
Le braccia della figura erano gettate all'indietro, come in un gesto di disperazione; le gambe piegate sulle ginocchia, la mascella serrata, il volto contratto in un'espressione di silenzioso terrore. Era quasi doloroso soffermarsi a guardarla: dava la sensazione di assistere alla morte di una persona proprio davanti ai propri occhi.
Poco a poco, una folla di visitatori iniziò a radunarsi attorno al calco, custodito sotto vetro in una zona appartata del parco archeologico. Ma mentre gli altri, uno dopo l'altro, si allontanavano attratti da qualcos'altro, io rimanevo immobile, incapace di distogliere lo sguardo, rapita e al tempo stesso leggermente sconvolta da quella figura.
Erano i celebri calchi ottenuti riempiendo con il gesso le cavità lasciate nel terreno di Pompei, che conservavano la posizione in cui uomini, donne e bambini avevano trovato la morte quasi duemila anni fa. Avevo appena undici anni e, sebbene sognassi da tempo di vedere la città romana sepolta sotto cenere e pomici, quello era qualcosa di completamente diverso: davanti a me non c'erano soltanto le rovine, ma gli esseri umani che le avevano abitate. Ancora oggi quei calchi sono impressi nella mia memoria, come se li avessi richiamati in vita con la sola forza dell'immaginazione.
Il volto umano di Pompei
Più di dieci anni dopo tornai nell'antica città, questa volta come studentessa universitaria di Lingue Classiche. Il corso che frequentavo a Roma era interamente dedicato al mondo classico ed era composto da autentici nerd, uso il termine con affetto, così coinvolti da presentarsi al Colosseo vestiti da gladiatori o da saper recitare a memoria la maggior parte degli imperatori romani.
I professori avevano organizzato alcuni giorni di soggiorno in un albergo vicino a Pompei e ogni mattina percorrevamo la via principale della città, il Decumano Massimo, l'attuale Via dell'Abbondanza. Camminarla giorno dopo giorno rendeva quel luogo sorprendentemente reale, quasi fosse una strada familiare attraversata durante una normale vacanza primaverile.
Ancora oggi, quando parlo di Pompei da persona che vive a Roma, torno sempre a riflettere sulla sua vastità. Siti archeologici restaurati come Ostia Antica o Pompei riescono a ridare vita alla città antica perché ne mostrano l'organizzazione così come poteva apparire un tempo. Qui si possono fare calcoli concreti: quanto distava il teatro dal lupanare? Come si raggiungeva il foro partendo dalle terme? Quanto era più imponente una villa con giardino inferiore rispetto a una costruita su un solo livello? E dove venivano sepolti i morti?
Gli affreschi sono uno dei miei punti deboli, per la straordinaria ricchezza dei dettagli e, naturalmente, per la loro bellezza. Ma la verità è che Pompei mi è sempre sembrata più viva osservandone la struttura urbana, il disegno delle sue strade e dei suoi edifici, piuttosto che i singoli capolavori.
Viaggio in Italia
In una scena di Viaggio in Italia, il celebre film del regista italiano Roberto Rossellini, una coppia britannica sull'orlo del divorzio, interpretata da George Sanders e dalla stessa moglie di Rossellini, Ingrid Bergman, visita gli scavi di Pompei e assiste a un momento straordinario: gli archeologi versano il gesso nelle cavità lasciate nel terreno. Man mano che il gesso riempie quei vuoti, i corpi sembrano riaffiorare dalla terra, assumendo la forma di un uomo e di una donna. La guida osserva che forse erano "marito e moglie, morti così, insieme".
Per il personaggio interpretato dalla Bergman, quella riflessione è fin troppo vicina alla propria realtà e la spinge a fuggire in preda all'orrore. Eppure è proprio quel dolore così viscerale, suscitato dalla semplice vista dei calchi di Pompei, a ricordarci quanto l'antica città conservi ancora oggi il potere di commuovere. Dal punto di vista cronologico siamo lontanissimi dall'antica Roma, ma non lo siamo rispetto a quella natura umana profonda e immutabile che continua a renderci ciò che siamo.
Oggi provo quasi una fitta quando qualcuno mi dice che Pompei non gli piace. È troppo turistica. È troppo grande. C'è troppo da vedere e troppo poco viene spiegato. E, sebbene tutte queste osservazioni possano essere fondate, non colgono ciò che rende davvero straordinario quel luogo. Pompei offre un accesso emotivo all'antica città, qualcosa che chi, come me, vive ogni giorno circondato dalle rovine rischia facilmente di dimenticare.
Come Roma ha influenzato gli scrittori stranieri
Lo so per esperienza diretta, perché vivo a Roma. Quando mi trasferii nella Città Eterna, promisi a me stessa, invano, di non darla mai per scontata. Volevo guardarla ogni giorno con occhi nuovi, stupendomi dei tesori nascosti che ogni angolo poteva offrire: un tempio del III secolo a.C. qui, una casa romana del II secolo d.C. là.
Volevo essere come Johann Wolfgang von Goethe, che scrisse che la semplice vista di Roma gli avrebbe dato serenità per il resto della vita.
"Altrove bisogna cercare ciò che conta", annotò Goethe appena sette giorni dopo il suo arrivo in città. "Qui si viene sopraffatti e quasi schiacciati da un'infinità di fenomeni."
Persino Henry James, nonostante il suo naturale scetticismo, rimase conquistato da Roma, ammirato dalle sue rovine, dalla sua immensità e dai suoi interminabili strati di storia.
"Eccomi finalmente nella Città Eterna", scriveva al fratello nel 1869. "Finalmente — per la prima volta — vivo davvero! Supera ogni aspettativa: lascia la Roma della tua immaginazione, della tua educazione, infinitamente indietro. Fa sembrare Venezia, Firenze, Oxford e Londra poco più che città di cartone."
E perfino Thomas Mann, che ambientò il suo intenso e inquietante Morte a Venezia in un'altra celebre città italiana, tornò a riflettere su Roma negli ultimi anni della sua vita. Sul suo diario, ormai quasi ottantenne, scrisse di provare ancora "simpatia per Roma con i suoi obelischi e le sue fontane". Anche allora desiderava tornarvi.
L'antica città moderna
Riconoscevo qualcosa di me nelle parole di tutti questi scrittori, rimasti storditi, quasi feriti dalla bellezza di Roma. Ma io, a differenza loro, vivevo qui una vita quotidiana, fatta di normalità, incombenze e piccoli disagi.
Ero passata davanti al Colosseo innumerevoli volte a bordo dell'autobus 75, che dal mio quartiere, Monteverde, mi portava fino alla stazione Termini, e mi accorgevo con un certo dispiacere di non provare quasi più nulla. Guardavo i turisti allungare il collo dal finestrino per riuscire a cogliere anche solo un fugace scorcio dell'anfiteatro Flavio. Quasi istintivamente anch'io rivolgevo lo sguardo verso una delle meraviglie più straordinarie della città.
Quello è il Colosseo, sentivo affiorare dentro di me una voce, quasi indignata ma anche silenziosamente orgogliosa. Hai sognato per tutta la vita di vivere qui. E adesso passi ogni giorno davanti all'Arco di Costantino, all'Arco di Tito, al Foro Romano, al Colosseo, alla Basilica di Massenzio. Che effetto dovrebbe fare?
Ma soffocata dall'afa dentro quell'autobus già gremito e dai turisti che continuavano a riempire ogni centimetro disponibile, mi rendevo conto che, in realtà, non riuscivo più ad accedere a nessuna di quelle emozioni.
A Roma, fai come i romani
Mi arresi all'idea che forse fosse questa la naturale evoluzione del vivere a Roma. Ci si abitua a convivere con le rovine; forse si finisce per considerarle come vecchi amici, che a volte si ha voglia di salutare con entusiasmo e altre volte si preferisce evitare, abbassando lo sguardo.
Dev'essere così che si sentono i romani, pensai. Non potevo essere l'unica. Così, con il classico spirito giornalistico, decisi di chiedere ad alcuni amici romani, nati e cresciuti in città, se questa sensazione corrispondesse davvero alla realtà.
All'inizio sembrava proprio di sì. Parlai con Silvia, 33 anni, nata e cresciuta a Monteverde e oggi impegnata nel settore culturale. I luoghi che gli stranieri identificano immediatamente con Roma ( il Foro Romano, il Campidoglio, il Colosseo, il Pantheon) non suscitavano più in lei un particolare senso di meraviglia.
Eppure, in certi momenti, quella sensazione riaffiorava. Come durante un Capodanno concluso alle quattro del mattino davanti alla Fontana di Trevi. Oppure quando, scendendo dal Campidoglio verso il Foro Romano, osservava la folla radunata tra le antiche rovine e avvertiva una straordinaria fusione tra passato e presente, quasi stesse vivendo contemporaneamente in due epoche diverse.
Paolo, 39 anni, cresciuto nel quartiere Giuliano-Dalmata e oggi residente al Flaminio, riteneva invece che il problema dei monumenti fosse soprattutto una questione di contesto. I principali siti archeologici di Roma erano diventati simboli della città per il mondo intero, visitati ogni giorno da "migliaia di persone". Per questo molti romani finivano inconsciamente per prenderne le distanze: ciò che cercavano era una Roma che sentissero ancora appartenere a loro.
Eppure, proprio come accadeva a Silvia, esistevano momenti in cui quella meraviglia ritornava. Magari durante un giro notturno in Vespa, con la città ormai deserta, sentendosi "un po' Nanni Moretti", per poi fermarsi davanti al Colosseo.
Roma ha sempre l'ultima parola
Cristiana, 67anni, residente da molti anni a Trastevere, un quartiere turistico, anche se non nel cuore del centro storico, mi ricorda una cosa molto semplice: i romani, come tutti, hanno la testa piena di problemi concreti. Non sono in vacanza. Devono pensare al lavoro, alla famiglia, alle difficoltà con la banca, ad accompagnare i figli agli allenamenti dopo la scuola. Non è esattamente la condizione mentale ideale per aggirarsi ogni giorno estasiati davanti ai siti archeologici.
Eppure, aggiunse, Roma finisce sempre per avere l'ultima parola.
"Roma riesce sempre a sorprenderti con la sua bellezza", mi disse. "Puoi essere distratta, ma non puoi ignorare il peso della sua storia."
Quasi mezza giornata dopo, ricevetti un altro messaggio da Cristiana, che di solito era stufa di ascoltare le mie varie richieste di candidati per interviste su argomenti poco noti della cultura italiana. Questa volta si era trovata su un taxi e aveva deciso di iniziare una conversazione con l’autista. Eccolo lì, qualcuno che letteralmente assiste a ogni sfaccettatura di Roma. Tra tutte le persone, un tassista romano deve essere, oserei dire, leggermente desensibilizzato alla bellezza delle rovine della città.
E invece no: la sua risposta, che Cristiana mi ha riferito con entusiasmo quasi senza fiato, ha sorpreso persino me. In 32 anni di lavoro come tassista a Roma, non aveva mai trovato la città uguale a se stessa. E anche nel mezzo del traffico, presumibilmente dopo una giornata stressante, a volte si fermava a un semaforo, sollevava lo sguardo verso il luogo che aveva davanti e notava qualcosa di completamente nuovo.
L'autore
Scritto il 02/07/2026

Elizabeth Djinis
Com'è vivere in una città come Roma dove si respira storia in ogni luogo? La meraviglia resta oppure ad un certo punto ci si abitua alla bellezza?