Flavia  Cantini

Flavia Cantini

Un viaggio da Nord a Sud tra borghi, boschi e città dove il tartufo racconta l’Italia più segreta. 

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Sapete che se seguite una traccia sotterranea potete scoprire un’Italia inattesa? Non quella dei grandi itinerari già disegnati, ma un Paese più segreto, ricco di boschi, colline, vallate appenniniche, borghi interni e campagne dove il paesaggio conserva tuttora il ritmo delle stagioni.

Il tartufo è uno dei suoi tesori più preziosi e sorprendenti. Diffuso da Nord a Sud, dal Piemonte alla Sicilia, diventa una chiave inedita per leggere il territorio oltre la tavola: nelle zone in cui cresce, si incontrano infatti comunità, saperi antichi, delicati ecosistemi, mercati, feste, cucine locali e modi unici di abitare la natura.

L'atlante nasce proprio dal desiderio di conoscere l’Italia seguendo una mappa invisibile, tracciata dal profumo del tartufo e custodita dalle Città del Tartufo, rete nazionale che trasforma ogni luogo in una tappa di memoria e meraviglia.

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Da Nord a Sud, il tartufo come bussola del viaggio

Il viaggio al cospetto del tartufo segue l’Italia da Nord a Sud, come una linea ideale che percorre montagne, colline, boschi, borghi e campagne interne. Dal Piemonte alla Sicilia, il tartufo diviene il filo narrativo di un atlante geografico e culturale che, oltre a indicare dove nasce un prodotto raro, ci racconta come sopravvive un rapporto profondo tra comunità e paesaggio.

La rete Città del Tartufo comprende oltre 90 località legate alla cultura tartufigena italiana e compone una vera via del tartufo: una geografia diffusa che attraversa il Paese regione per regione, unendo territori differenti ma accomunati dalla stessa vocazione.

Le Città del Tartufo sono:

Acqualagna
, Marche
Alba, Piemonte
Alta Val Tidone, Emilia Romagna
Amandola, Marche
Apecchio, Marche
Archi, Abruzzo
Ascrea, Lazio
Bagnoli Irpino, Campania
Bondeno, Emilia Romagna
Borgocarbonara, Lombardia
Burgio, Sicilia
Calestano, Emilia Romagna
Campello sul Clitunno, Umbria
Campoli Appennino, Lazio
Camugnano, Emilia Romagna
Canterano, Lazio
Capizzi, Sicilia
Capolona, Toscana
Caprarica di Lecce, Puglia
Carbone, Basilicata
Cascia, Umbria
Castelbuono, Sicilia
Castel di Casio, Emilia Romagna
Castell'Azzara, Toscana
Castropignano, Molise
Catignano, Abruzzo
Ceppaloni, Campania
Città di Castello, Umbria
Colliano, Campania
Dovadola, Emilia Romagna
Fabro, Umbria
Ferrara di Monte Baldo, Veneto
Fossombrone, Marche
Gangi, Sicilia
Giurdignano, Marche
Gubbio, Umbria
Isernia, Molise
Laconi, Sardegna
Lama dei Peligni, Abruzzo
Leonessa, Emilia Romagna
Lucca Sicula, Sicilia
Macchia d'Isernia, Molise
Macchiagodena, Molise
Menconico, Lombardia
Mesola, Emilia Romagna
Millesimo, Liguria
Montaione, Toscana
Montalcino Municipio di San Giovanni d'Asso, Toscana
Montespertoli, Toscana
Montopoli Val d'Arno, Toscana
Muzzana del Turgano, Friuli Venezia Giulia
Norcia, Umbria
Palaia, Toscana
Palazzolo Acreide, Sicilia
Pergola, Marche
Pietralunga, Umbria
Pieve del Grappa, Veneto
Piobbico, Marche
Pisticci, Basilicata
Quadri, Abruzzo
Roseto Valfortore, Puglia
Sambuca di Sicilia, Sicilia
San Miniato, Toscana
San Pietro Avellana, Molise
Sant'Agata Feltria, Emilia Romagna
Santa Domenica Vittoria, Sicilia
Sant'Angelo in Vado, Marche
Sant’Angelo Le Fratte, Basilicata
Sante Marie, Abruzzo
Saracena, Calabria
Sasso Marconi, Emilia Romagna
Scanzano Jonico, Basilicata
Scheggino, Umbria
Sessa Aurunca, Campania
Spoleto, Umbria
Terre del Reno, Emilia Romagna
Vallo di Nera, Umbria
Valsamoggia, Emilia Romagna
Valtopina, Umbria
Vezza d'Alba, Piemonte
Viano, Emilia Romagna
Volterra, Toscana

Le Città del Tartufo Aree Vaste sono:

BIM Tronto, Marche
Unione Amiata Grossetana, Toscana
Unione dei Comuni del Distretto Ceramico - Sub Ambito Montano Valli Dolo, Dragone e Secchia, Emilia Romagna
Unione collinare Terre di Vigneti e Pietra da Cantoni, Piemonte
Parco del Matese, Campania
Centro di Ricerca Tartufi Sicilia, Sicilia
Centro Studi Tartufo, Piemonte

Cuore dell’esperienza è la Cerca e cavatura del tartufo, riconosciuta nel 2021 come Patrimonio culturale immateriale dell’Umanità dall’UNESCO: si tratta di una pratica antica, tramandata oralmente dai tartufai, che unisce conoscenza dei boschi, lettura del clima, rispetto dei terreni e complicità con il cane, compagno indispensabile nella ricerca. Un gesto misurato, compiuto con il vanghetto o lo zappino, per estrarre il tartufo senza alterare l’equilibrio del suolo.

Scopri le Città del Tartufo

Piemonte

In Piemonte, la via del tartufo passa da Alba, Vezza d’Alba, l’Unione collinare Terre di Vigneti e Pietra da Cantoni e il Centro Studi Tartufo, nel cuore di un territorio in cui la cultura tartufigena è parte integrante dell’identità locale. Tra Langhe, Roero e Monferrato, il tartufo bianco d’Alba, il celebre Tuber magnatum Pico, trova uno dei suoi habitat più prestigiosi, grazie a suoli calcarei, boschi umidi, colline modellate dai vigneti e ambienti ricchi di querce, salici e pioppi.

Alba, capitale delle Langhe e sede della Fiera Internazionale del Tartufo Bianco d’Alba, richiama ogni autunno visitatori, chef, appassionati e buyer da tutto il mondo; Vezza d’Alba e le colline del Roero aggiungono alla mappa paesaggi vitivinicoli, borghi, boschi e itinerari lenti, mentre l’area delle Terre di Vigneti e Pietra da Cantoni richiama il Monferrato e i suoi paesaggi rurali.

Figura centrale è il trifulau, il cercatore esperto che, insieme al cane addestrato, custodisce un sapere ricco di esperienza, silenzi, lettura del bosco e rispetto dei tempi della natura.

A tavola, il tartufo piemontese esprime la sua eleganza soprattutto a crudo, su tajarin, carne cruda all’albese, uovo al tegamino, fonduta e piatti semplici capaci di valorizzarne il profumo inconfondibile.

Lombardia

In Lombardia, la via del tartufo coinvolge Borgocarbonara e Menconico, tra pianure fluviali, colline, boschi appenninici e territori di confine dove la cultura tartufigena ha radici profonde. È una regione dalla tradizione ricca e regolamentata, in cui la cerca e la cavatura sono disciplinate da norme specifiche e si inseriscono nel più ampio riconoscimento UNESCO dedicato alle conoscenze e pratiche tradizionali legate al tartufo in Italia.

Le aree più vocate si distribuiscono tra l’Oltrepò Pavese, la Bassa Mantovana, le colline del Garda, alcune zone bergamasche e le golene del Po cremonese. Nell’Oltrepò Pavese, tra colline, boschi e borghi dell’Appennino lombardo, il tartufo nero trova ambienti favorevoli, mentre avvicinandosi al corso del Po compaiono aree vocate al tartufo bianco.

Menconico, nel cuore montano dell’Oltrepò, rappresenta la dimensione più interna della Lombardia, mentre Borgocarbonara, nella Bassa Mantovana, è uno dei luoghi simbolo del tartufo bianco pregiato lombardo, legato ai terreni alluvionali del Po e dell’Oltrepò mantovano.

Dalle colline moreniche del Garda, ideali per il tartufo nero pregiato e il nero ordinario, fino alle aree bergamasche e cremonesi, la Lombardia mostra una geografia tartufigena varia e sorprendente.

A tavola, il tartufo incontra risotti, paste fresche, uova, carni, formaggi e ricette di pianura e montagna.

Friuli Venezia Giulia

In Friuli Venezia Giulia, la via del tartufo tocca Muzzana del Turgnano, località della pianura friulana dove il tartufo bianco pregiato è diventato una vera eccellenza territoriale.

Il Tartufo Bianco di Muzzana del Turgnano cresce nei boschi planiziali come Coda Manin e Selva di Arvonchi, in simbiosi con farnie e carpini bianchi, ed è riconosciuto come Prodotto Agroalimentare Tradizionale.

Accanto alla pianura, il Friuli Venezia Giulia custodisce anche un’anima pedemontana e prealpina, dove cresce il tartufo nero ordinario, diffuso nelle vallate del Pordenonese, dell’Udinese, in Val Resia e nel Parco Naturale delle Prealpi Giulie. Altre aree vocate si trovano nelle Valli del Torre, in Val Venzonassa, nel Collio, nel Carso, nella zona di San Daniele e presso le foci dell’Isonzo.

A valorizzare questa cultura contribuiscono l’Associazione Tartufai del Friuli Venezia Giulia e manifestazioni come “Trìfule in fieste”, la fiera dedicata al tartufo bianco pregiato friulano che celebra Muzzana del Turgnano come uno dei luoghi più interessanti e ancora poco conosciuti dell’atlante italiano del tartufo.

Veneto

In Veneto, la via del tartufo tocca Ferrara di Monte Baldo e Pieve del Grappa e rivela una tradizione meno nota rispetto ad altre regioni italiane, ma profondamente legata alla varietà dei suoi paesaggi. Dalle alture del Monte Baldo ai rilievi pedemontani, dalle colline ai territori umidi del Delta del Po, vanta habitat differenti in cui crescono numerose varietà di tartufo, tutelate da normative regionali e valorizzate da eventi dedicati.

Ferrara di Monte Baldo è una delle tappe più significative: sul versante orientale del massiccio conosciuto come “Giardino d’Europa”, unisce terreni calcareo-argillosi, boschi, pascoli, faggete e biodiversità di grande valore. Il tartufo nero pregiato, il nero estivo, il nero invernale e il bianchetto primaverile trovano ambienti favorevoli, mentre la cerca tradizionale convive con attività didattiche, degustazioni e percorsi pensati per avvicinare i visitatori alla cultura tartufigena in modo consapevole.

Pieve del Grappa aggiunge alla mappa veneta un’altra dimensione montana e pedemontana, in cui il tartufo dialoga con boschi, pendii, sentieri, memoria storica e paesaggi aperti verso la pianura. Più in generale, il Veneto tartufigeno comprende aree vocate tra Monte Baldo, Lessinia, Colli Berici, Colli Euganei, Montello e Delta del Po, con presenze di tartufo bianco pregiato, nero pregiato, scorzone e bianchetto.

A tavola, il tartufo veneto incontra risotti, tagliatelle all’uovo, polenta bianca o gialla, uova, formaggi di montagna.

Liguria

In Liguria, tartufo significa Millesimo, borgo di origini romane sorto lungo l’antica via Aemilia Scauri, dal centro storico segnato dall’impronta feudale dei Del Carretto.

Il Ponte della Gaietta, raro esempio di ponte fortificato medievale ancora ben conservato, il Castello che veglia l’abitato, il Palazzo Comunale, Villa Scarzella, la Pieve di Santa Maria Extra Muros e il Monastero di Santo Stefano sono le tappe principali da non lasciarsi sfuggire.

Intorno, la Val Bormida si apre in un orizzonte di boschi in cui il tartufo trova un habitat ideale ed è presente nelle sue diverse varietà, legato a una tradizione di cerca contraddistinta da conoscenze tramandate, sentieri riservati e “poste segrete” lasciate in eredità tra generazioni.

Nel Parco naturale regionale del Bric Tana, tra castagni, noccioli, querce, grotte, incisioni rupestri e memorie archeologiche, ha sede anche il Centro Sperimentale per la Tartuficoltura della Regione Liguria, nato per studiare, tutelare e promuovere il tartufo come risorsa ambientale, culturale ed enogastronomica.

A fine settembre, la Festa nazionale del Tartufo della Val Bormida rende Millesimo una meta di gusto e scoperta con tajarin al tartufo, polenta bianca, zuppe, focaccine e dolci tipici.

Emilia-Romagna

In Emilia-Romagna, la via del tartufo tocca Alta Val Tidone, Bondeno, Calestano, Camugnano, Castel di Casio, Mesola, Sant’Agata Feltria, Sasso Marconi, Terre del Reno, Valsamoggia-Savigno, Viano e l’Unione dei Comuni del Distretto Ceramico, sub ambito montano delle Valli Dolo, Dragone e Secchia. È una delle regioni italiane più ricche e articolate per la cerca e la cavatura del tartufo, grazie alla varietà dei suoi paesaggi: colline, pianure fluviali, boschi appenninici, valli interne e territori di confine tra Emilia, Romagna e Montefeltro.

Crescono spontaneamente le nove specie commestibili presenti in Italia, dal tartufo bianco pregiato al tartufo nero, con aree vocate lungo i Colli Bolognesi, l’Appennino modenese, l’Appennino parmense e le colline romagnole. Valsamoggia-Savigno è uno dei luoghi simbolo del tartufo bianco, mentre Calestano e le valli del Parmense richiamano il tartufo nero di Fragno. Sant’Agata Feltria, tra Savio e Marecchia, racconta invece il legame tra tartufo bianco pregiato, paesaggio agro-silvo-pastorale e tradizioni del Montefeltro.

La cultura tartufigena emiliano-romagnola si unisce a una delle cucine più riconoscibili d’Italia: il tartufo esalta pasta fresca all’uovo, tagliatelle, tortellini, carni, formaggi e ricette di montagna. Non mancano fiere, sagre, mercati, calendari di raccolta e progetti di tutela.

Abruzzo

In Abruzzo, la via del tartufo tocca Archi, Lama dei Peligni, Quadri e Sante Marie, in un territorio ricco di montagne, boschi, faggete, borghi e vallate dove il rapporto tra natura e comunità è molto profondo. Si tratta di una delle regioni italiane più vocate alla produzione tartufigena, grazie ai terreni calcarei, ai suoli alcalini e agli ambienti incontaminati dell’entroterra, che creano condizioni ideali per diverse varietà di tartufo, dal bianco pregiato al nero pregiato fino allo scorzone estivo.

Il tartufo bianco pregiato trova aree importanti nell’Alto Sangro, in particolare a Quadri, primo centro abruzzese entrato nell’Associazione Città del Tartufo, e nel Teramano. Il tartufo nero pregiato, invece, è diffuso soprattutto nella provincia dell’Aquila, dove diventa una delle espressioni più raffinate della cucina locale, mentre lo scorzone cresce nelle zone boschive della Majella e dei Monti della Laga.

A Lama dei Peligni, alle falde della Maiella orientale, il tartufo si lega a un paesaggio di querceti, balze rocciose, biodiversità rara e aree faunistiche dedicate al camoscio d’Abruzzo. A Sante Marie, tra i boschi della Marsica e le montagne aquilane, la cerca diviene esperienza lenta, da vivere lungo cammini, faggete e sentieri che raccontano la memoria del brigantaggio e delle comunità appenniniche.

Il legame con il tartufo affonda nella tradizione rurale abruzzese: in passato veniva usato anche nella lavorazione del pecorino e nella conservazione della carne. Oggi accompagna fettuccine, tagliatelle, risotti, selvaggina, carni in umido, uova al tegamino, formaggi e liquori.

Toscana

In Toscana, la via del tartufo passa da Capolona, Castell’Azzara, Montaione, Montalcino e il Municipio di San Giovanni d’Asso, Montespertoli, Montopoli in Val d’Arno, Palaia, San Miniato, Volterra e l’Unione Amiata Grossetana, dove il tartufo è parte di una cultura gastronomica antica, ma anche di un modo preciso di abitare il territorio, fondato sull’ascolto della natura e sulla tutela degli ecosistemi.

La regione produce tutte le principali varietà di tartufo ed è celebre soprattutto per il tartufo bianco pregiato, il marzuolo e le varietà nere. San Miniato, nelle Colline Sanminiatesi, è uno dei luoghi simbolo del Tuber magnatum Pico, che cresce nei boschi vicini ai corsi d’acqua, in simbiosi con pioppi, salici e querce. Le Crete Senesi e San Giovanni d’Asso rappresentano un’altra grande area del tartufo bianco, legata a terreni argillosi, colline morbide e paesaggi iconici della Toscana interna.

Verso l’Amiata, Castell’Azzara e l’Unione Amiata Grossetana aggiungono all'atlante una dimensione più montana e boschiva, mentre Capolona richiama il Casentino e la Valtiberina, territori appenninici vocati anche al tartufo nero. Montaione, Montespertoli, Montopoli in Val d’Arno, Palaia e Volterra completano il quadro con colline, pievi, borghi e campagne dove il tartufo incontra vino, olio, cucina contadina e turismo lento.

La cerca mantiene il fascino di un sapere tramandato: il tartufaio e il cane percorrono boschi e sentieri leggendo il terreno, il clima e gli indizi del paesaggio.

A tavola, il tartufo toscano si esprime soprattutto a crudo, su tagliatelle al burro, risotti, uova al tegamino, crostini, lardo e piatti pensati per lasciarne emergere il profumo.

Marche

Nelle Marche, la via del tartufo tocca Acqualagna, Amandola, Apecchio, Fossombrone, Pergola, Piobbico, Sant’Angelo in Vado e BIM Tronto.

La regione è tra i principali riferimenti nazionali per quantità, qualità e varietà del prodotto. Nei territori marchigiani troviamo le nove specie commestibili presenti in Italia, con quattro grandi protagonisti: il tartufo bianco pregiato, il nero pregiato, il bianchetto o marzuolo e il nero estivo, conosciuto come scorzone.

L’area più vocata si concentra a nord, soprattutto nella provincia di Pesaro e Urbino, dove Acqualagna, Sant’Angelo in Vado, Apecchio e Pergola sono nomi centrali nella cultura italiana del tartufo. Più a sud, Amandola apre il racconto verso i Monti Sibillini, mentre BIM Tronto richiama l’area appenninica e fluviale del Piceno.

Acqualagna, spesso definita capitale del tartufo, ospita importanti fiere dedicate alle diverse varietà e il Museo del Tartufo, luogo di racconto delle relazioni tra uomo, bosco e fungo ipogeo. Sant’Angelo in Vado e Pergola celebrano il tartufo bianco pregiato con manifestazioni storiche, mentre Amandola valorizza il tartufo dei Sibillini con eventi legati al gusto e alla montagna.

A tavola, il tartufo marchigiano accompagna tagliatelle, crostini, frittate, carni, formaggi e piatti semplici capaci di esaltarne il profumo.

Umbria

In Umbria, la via del tartufo passa per Campello sul Clitunno, Cascia, Città di Castello, Fabro, Gubbio, Norcia, Pietralunga, Scheggino, Spoleto, Vallo di Nera e Valtopina, territori in cui il legame con il fungo ipogeo affonda in una tradizione antica, favorita da boschi, terreni calcarei, corsi d’acqua, colline e vallate dove la natura conserva tuttora un ruolo centrale nella vita delle comunità.

Il tartufo nero pregiato, conosciuto universalmente come Tartufo Nero di Norcia, è il grande simbolo regionale e trova nella Valnerina, attorno al fiume Nera, nel territorio di Spoleto e sui Monti Martani uno dei suoi habitat più vocati. Norcia, Scheggino, Vallo di Nera e Cascia evocano un'Umbria montana e spirituale, punteggiata da borghi, abbazie, cammini, cucina robusta e paesaggi appenninici. Il tartufo bianco, più raro, cresce invece in aree come la Valle del Tevere, nei pressi di Città di Castello, Gubbio e altri territori dell’Umbria settentrionale, mentre lo scorzone estivo è diffuso in diverse zone della regione.

A Campello sul Clitunno e Spoleto, il tartufo incontra una terra di uliveti, acque sorgive, arte e memoria longobarda; Fabro e Valtopina vantano fiere, mercati e tradizioni legate alla cerca, mentre Pietralunga richiama l’Alta Umbria più boschiva e silenziosa.

A tavola, il tartufo esalta strangozzi, umbricelli, gnocchi, uova al tegamino, carni, olio extravergine e ricette regionali.

Basilicata

In Basilicata, la via del tartufo attraversa Carbone, Sant’Angelo Le Fratte, Pisticci e Scanzano Jonico. È una regione dalla forte vocazione tartufigena, in cui il tartufo diviene sempre più anche risorsa ambientale, produttiva e turistica.

Nelle aree interne, tra i boschi del Monte Volturino, del Pollino e del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano, trovano habitat favorevoli il tartufo bianco pregiato, il nero pregiato, lo scorzone estivo e il bianchetto. Carbone, nel cuore del Serrapotamo, è uno dei luoghi simbolo di questa cultura: qui il Tartufo Bianco del Serrapotamo dialoga con querce, castagni, funghi, antiche varietà agricole come la Carosella del Pollino e sapori identitari legati anche all’eredità dei monaci basiliani.

A Sant’Angelo Le Fratte, invece, il tartufo lucano si inserisce in un racconto contemporaneo di turismo esperienziale, tra ambiente, filiera agroalimentare, murales, cantine scavate nella roccia e valorizzazione dei prodotti locali. Più a sud, tra Pisticci e Scanzano Jonico, la fascia ionica è oggi al centro di un importante progetto di tartuficoltura controllata, con una tartufaia di circa 143 ettari che conferma il ruolo crescente della Basilicata nella geografia nazionale del tartufo.

A tavola, una simile ricchezza incontra la cucina lucana più autentica: pasta fatta in casa, strascinati, ravioli, caciocavallo, peperoni cruschi, carni locali e prodotti del bosco.

Lazio

Nel Lazio, la via del tartufo coinvolge Ascrea, Campoli Appennino, Canterano e Leonessa, disegnando una geografia interna che si allontana dall’immagine più nota della regione per entrare tra boschi, valli, borghi appenninici e paesaggi rurali di grande fascino. Il legame con il tartufo è antico e profondo, favorito da habitat naturali ricchi di querce, noccioli e terreni vocati, dove la cerca e la cavatura conservano una tradizione secolare.

Le aree più significative si distribuiscono tra la Tuscia viterbese, conosciuta soprattutto per il tartufo nero pregiato e lo scorzone, il Reatino, con la Valle del Turano, la Valle del Salto e i Monti Sabini, e il Frusinate, dove Campoli Appennino è storicamente considerata una delle capitali laziali del tartufo nero. In questi territori crescono svariate specie di pregio, dal tartufo bianco all’uncinato, fino alle varietà nere che accompagnano da sempre la cucina delle aree interne.

Ascrea, affacciata sul Lago del Turano, racconta il tartufo in un paesaggio sospeso tra acqua, boschi e montagna; Canterano apre invece lo sguardo verso i Monti Ruffi e la Valle dell’Aniene, mentre Leonessa, ai piedi del Terminillo, porta nella mappa una dimensione appenninica di altopiani, pascoli e borghi di pietra.

A tavola, il tartufo laziale incontra paste fresche, uova, carni, formaggi e ricette di montagna.

Molise

In Molise, la via del tartufo attraversa Castropignano, Isernia, Macchia d’Isernia, Macchiagodena e San Pietro Avellana: montuoso e ancora rurale, custodisce una ricchezza sotterranea straordinaria ed è considerato uno dei territori più importanti d’Italia per la produzione di tartufo bianco pregiato.

Il tartufo bianco trova habitat favorevoli soprattutto nelle zone umide e boschive delle province di Isernia e Campobasso, mentre il tartufo nero, lo scorzone estivo e l’uncinato prosperano in aree leggermente più asciutte.

San Pietro Avellana è uno dei luoghi simbolo: borgo dell’Alto Molise legato a sorgenti, boschi e antiche memorie benedettine, è conosciuto per le fiere dedicate al tartufo bianco e al tartufo nero. Isernia è un altro riferimento importante per la valorizzazione del tartufo bianco molisano, mentre Castropignano, Macchia d’Isernia e Macchiagodena aggiungono alla mappa borghi, paesaggi interni e tradizioni rurali che raccontano il legame profondo tra territorio e sottobosco.

A tavola, il tartufo accompagna uova, oli aromatizzati, pasta artigianale, burro, formaggi e piatti semplici.

Campania

In Campania, la via del tartufo attraversa Bagnoli Irpino, Ceppaloni, Colliano, il Parco del Matese e Sessa Aurunca, disegnando una mappa che unisce Irpinia, Sannio, aree montane del Cilento, rilievi interni e paesaggi costieri. È una regione dalla vocazione tartufigena sostenuta da una tradizione di raccolta secolare e dalla presenza di tutte le specie commestibili di tartufo presenti in Italia.

Il cuore storico è l’Irpinia, dove i boschi di querce, faggi e cerri dei Monti Picentini e dell’area del Monte Terminio custodiscono il celebre Tartufo Nero di Bagnoli Irpino, prodotto identitario di un territorio ricco di montagne, sorgenti, pascoli, castagneti e borghi dell’entroterra. Nel Sannio beneventano, invece, il tartufo bianco pregiato trova aree vocate intorno a Ceppaloni e nei comuni vicini.

Più a sud, Colliano apre il racconto verso l’Appennino campano e le aree interne del Cilento e del Vallo di Diano, dove si raccolgono varietà come lo scorzone estivo e il tartufo nero. Il Parco del Matese aggiunge alla mappa un ambiente di grande valore naturalistico, tra boschi, altopiani e biodiversità, mentre Sessa Aurunca richiama il legame con l’Alto Casertano e con una Campania di confine.

A tavola, il tartufo campano incontra pasta fatta in casa, uova, formaggi locali, carni, risotti e crostini. Il bianco viene valorizzato soprattutto a crudo, per preservarne il profumo, mentre il nero di Bagnoli Irpino, più aromatico e persistente, accompagna anche preparazioni calde e salse.

Puglia

In Puglia, la via del tartufo attraversa Caprarica di Lecce, Roseto Valfortore e Giurdignano: il fungo ipogeo cresce in microclimi molto diversi, dai boschi dell’entroterra ai paesaggi più vicini alla costa.

Le aree più vocate si distribuiscono tra Daunia, Gargano, Alta Murgia e Salento. Nei Monti Dauni, Roseto Valfortore richiama un paesaggio interno di boschi, colline e borghi appenninici, dove i terreni calcarei favoriscono la presenza di tartufi bianchi e neri. Nell’Alta Murgia, tra boschi di conifere, roverelle e lecci, il tartufo trova habitat preziosi in un ambiente aspro e silenzioso. In Salento, invece, Caprarica di Lecce e Giurdignano raccontano una presenza sorprendente, legata sia alle aree interne sia a terreni vicini alla costa.

In Puglia si raccolgono diverse varietà, dal tartufo bianco pregiato al nero pregiato, fino allo scorzone estivo e al bianchetto. La cultura della cerca è in crescita e si lega sempre più alla formazione dei tartufai, alla tutela degli habitat e alla promozione del tartufo come risorsa gastronomica ed esperienziale.

A tavola, il tartufo pugliese incontra paste fresche, formaggi, carni, prodotti da forno e sapori identitari del territorio.

Calabria

In Calabria, la via del tartufo tocca Saracena e apre una prospettiva ancora poco conosciuta sul rapporto con il mondo tartufigeno: il tartufo va letto prima di tutto come risorsa naturalistica, legata ai boschi, ai rilievi interni e ai grandi massicci che attraversano il territorio calabrese. Dal Pollino alla Sila fino all’Aspromonte, le condizioni pedoclimatiche favoriscono la presenza di varie specie, tra cui il tartufo nero pregiato, il tartufo nero estivo o scorzone, l’uncinato e, in alcune aree, anche il raro tartufo bianco pregiato.

Saracena, alle pendici del Pollino, diviene così una porta d’accesso ideale a una Calabria interna e montana, contraddistinta da paesaggi boschivi, biodiversità, tradizioni rurali e prodotti identitari. In un simile contesto, la cerca del tartufo racconta un territorio che sta valorizzando le proprie risorse sotterranee anche tramite progetti di studio, tutela e formazione, pensati per proteggere gli habitat naturali e rafforzare la cultura della cavatura.

Sardegna

In Sardegna, la via del tartufo passa da Laconi e apre uno dei capitoli più inattesi dell’atlante italiano: il fungo ipogeo, conosciuto anche con il nome sardo di tuvara, è una presenza autoctona che per lungo tempo è rimasta nascosta nei boschi e nelle campagne interne, rivelata soprattutto dai cinghiali che ne sono ghiotti.

Le aree più vocate si concentrano nel Sarcidano, nell’Alta Marmilla e nel massiccio del Montalbo, territori dove suoli, boschi e microclimi favoriscono la crescita spontanea di diverse varietà. Il tartufo nero estivo, o scorzone, è la specie più diffusa sull’isola e si raccoglie nei mesi più caldi, mentre il bianchetto trova spazio in varie aree boschive e viene apprezzato per il profumo deciso e versatile.

Oggi la cerca si sta strutturando grazie all’impiego di cani addestrati, alla presenza di associazioni dedicate e a progetti di tartuficoltura sostenibile che puntano alla tutela degli habitat e allo sviluppo di nuove tartufaie controllate.

A tavola, il tartufo sardo incontra alcuni dei sapori più identitari dell’isola: pecorini, ricotte, malloreddus, culurgiones, salumi, carni arrosto.

Sicilia

In Sicilia, la via del tartufo tocca Burgio, Capizzi, Castelbuono, Gangi, Lucca Sicula, Palazzolo Acreide, Sambuca di Sicilia, Santa Domenica Vittoria e il Centro di Ricerca Tartufi Sicilia.

Le aree più vocate si distribuiscono tra il Parco dei Nebrodi, considerato uno dei cuori della tartuficoltura siciliana, le Madonie, i Monti Sicani, i Monti Iblei e il Bosco della Ficuzza. In questi territori crescono soprattutto il tartufo nero estivo, conosciuto come scorzone, il bianchetto, il brumale e il mesenterico.

Castelbuono porta nella mappa il fascino delle Madonie, tra cultura, gastronomia, eventi e boschi dove il tartufo incontra una cucina creativa e identitaria. Capizzi e Santa Domenica Vittoria richiamano invece l’area dei Nebrodi, mentre Burgio, Lucca Sicula e Sambuca di Sicilia aprono il racconto verso i paesaggi dei Sicani. Palazzolo Acreide aggiunge la dimensione degli Iblei, tra pietra, barocco e campagne interne.

A tavola, il tartufo siciliano dialoga con carni locali, formaggi, paste fresche, piatti di pesce e ricette tradizionali reinterpretate dagli chef dell’isola.

L'autore

Scritto il 17/07/2026