È da poco passata la mezzanotte e Piazza Umberto I, a Ustica, è gremita di persone di tutte le età, uscite per la passeggiata dopo cena. Un DJ è appena salito sul palco e il sindaco balla sulle note dell’Italo disco anni ’80. La folla conta qualche centinaio di persone: dai bambini che muovono i primi passi ai pensionati, tutti immersi nell’atmosfera. Nel bar dove sono seduto ogni tavolino è occupato: si mangiano gelati, si gioca a carte, si osserva semplicemente la vita che scorre. Non si vede nemmeno un grande marchio all’orizzonte. Questa è la vita: semplice, comunitaria.
Scrivo di Italia da oltre dieci anni. Come giornalista ho visitato tutte le regioni del Paese e ho avuto la fortuna di raccontare la maggior parte delle mete turistiche più celebri. Eppure quella scena così modesta a Ustica — vissuta qualche estate fa, nei giorni che precedevano la Festa di San Bartolomeo — occupa un posto speciale nel mio cuore. È un rifugio mentale a cui torno ogni volta che ho bisogno di ricordare quanto questo Paese possa essere ancora calmo, sociale e conviviale.
Il mio soggiorno a Ustica è stato molto più di una semplice vacanza. È stato il catalizzatore di un’ossessione: da allora ho iniziato a esplorare, ogni volta che ne ho l’occasione, altre isole minori italiane. Questi luoghi sono diventati i miei maestri, mettendo in discussione le mie aspettative e offrendomi una comprensione più pura di come molti italiani vivano davvero l’estate — e, in fondo, la vita.
In questo articolo ho raccolto alcune delle lezioni più importanti che ho imparato. Le considero un punto di partenza per chiunque voglia capire l’Italia più in profondità.
La geografia di un segreto italiano
L’espressione “isole minori” nacque nell’Ottocento come distinzione geografica per separare le circa 450 isole più piccole dalle grandi isole di Sicilia e Sardegna. Oggi però ha un significato più specifico: negli anni Ottanta è stata fondata un’associazione dedicata alla tutela di 38 di queste isole, accomunate da difficoltà strutturali e geografiche.
Alcune sono ormai famose in tutto il mondo — basti pensare a Capri. Altre, come Ustica o Ventotene, restano segreti locali. Alcune ancora, come Palmaria, al largo di Porto Venere, o Linosa, equidistante tra Malta e Tunisia, sembrano davvero fuori dal mondo.
Nonostante la loro diversità, queste comunità condividono sfide comuni. La popolazione residente complessiva è di circa 200.000 persone, ma in estate il numero cresce fino a milioni. Senza eccezioni, le isole dispongono di servizi pubblici limitati e dipendono dalla terraferma o dalle isole maggiori per sanità e logistica. Molte soffrono di una cronica carenza di beni e rifornimenti.
Per chi ci vive, questi limiti rappresentano difficoltà reali. Per i visitatori, invece, offrono un forte contrasto con la vita quotidiana: un senso di natura selvaggia, avventura e autenticità ormai raro in molte zone della penisola. Non è un caso che gli italiani “che sanno” tornino qui anno dopo anno.
L’arte dell’arrivo lento
Viaggiare verso le isole minori significa confrontarsi con diversi tipi di limitazioni e imparare a gestirle. La chiave per ogni viaggiatore è accogliere tutto questo come parte dell’esperienza. Se cerchi comodità assoluta e una vacanza senza intoppi, queste isole probabilmente non fanno per te. Se invece sei aperto all’incertezza e ai ritardi occasionali, sarai sicuramente ricompensato.
La prima prova è il traghetto. Alcune isole sono private o difficilmente raggiungibili, ma la maggior parte si può raggiungere tramite compagnie come Liberty Lines, Caremar o Alilauro. I prezzi sono competitivi, ma non aspettarti il lusso. La maggior parte dei miei viaggi non è iniziata su ponti assolati con un cocktail in mano, ma rannicchiato nelle cabine soffocanti di traghetti grandi e fumosi, o sugli aliscafi traballanti e claustrofobici. Ad agosto, in particolare, ogni viaggio finisce inevitabilmente in una mischia per le valigie e un generale disagio sudato.
Anche le strade sono una prova di coraggio. È facile cadere negli stereotipi sulla guida italiana, eppure spesso hanno un loro perché. A Procida il traffico raggiunge livelli impensabili, e clacson e scatti d’ira sono purtroppo parte integrante del viaggio sull’isola. Persino nelle destinazioni più esclusive, le strade vertiginose possono spaventare. Le vie intorno ad Anacapri brulicano di motorini quanto la Costiera Amalfitana, e i sentieri che collegano Salina, nelle Eolie, precipitano giù da scogliere a picco sul mare, senza alcuna protezione. Viaggiare qui, come dico sempre, non è roba per chi ha il cuore debole.
Viaggiare verso le isole minori significa confrontarsi con diversi tipi di limitazioni e imparare a gestirle. La chiave per ogni viaggiatore è accogliere tutto questo come parte dell’esperienza.
La bellezza dell’essenziale
Eppure, una volta arrivati, tutta la fatica viene subito ripagata. È impossibile non rimanere senza fiato davanti alla bellezza di queste meravigliose piccole comunità. A cominciare, naturalmente, dai porti. Ogni isola ne ha almeno uno, e senza eccezioni sono sbalorditivi. La maggior parte ha avuto una funzione militare nel corso della storia, e questo ha lasciato un linguaggio architettonico comune fatto di fortezze, castelli e fari. Dal maestoso Castello Aragonese di Ischia alle mura medievali di Portoferraio sull’Elba, qui si respira teatralità, un senso di passato incontaminato e drammatico.
Praticamente parlando, però, può volerci un po’ per adattarsi al ritmo della vita. Su molte di queste isole, trovare supermercati “continentali” come Coop, Esselunga o Conad è fuori questione. Si è invece vincolati a piccoli alimentari e mini-market. All’inizio questo può sembrare fastidioso, ma dopo qualche giorno rivela un certo fascino. Dopo anni di vari viaggi, ho imparato una routine dai locali: il primo giorno, poco dopo l’arrivo, faccio scorta di pasta, conserve, sott’oli, capperi e olive. Poi, qualche volta alla settimana, mi reco al mercato per prendere pane fresco, pomodori e altre verdure, molto spesso coltivate sull’isola stessa.
C’è una gioia in questo semplice rituale. Anche se alcune isole vantano ristoranti più che discreti, è la cucina casalinga, i pasti semplici mangiati all’aperto su una terrazza osservando i vicini fare lo stesso, che ho imparato ad amare. In un’epoca in cui gran parte dei viaggi ruota intorno a bucket list e caselle da spuntare, c’è qualcosa di sinceramente rigenerante nello spirito delle isole minori italiane: cibo semplice, vino sfuso e un lungo pisolino pomeridiano sono ciò che conta davvero nella vita.
Oltre il lettino, alla ricerca del selvatico
In Italia, si sa, esistono due tipi di amanti della spiaggia: quelli che prediligono il comfort dei stabilimenti balneari e quelli che preferiscono le calette selvagge e rocciose che il paese sa offrire.
Personalmente, mi colloco da qualche parte tra i due schieramenti, e per fortuna la maggior parte delle isole minori soddisfa entrambe le preferenze. Capri è giustamente famosa per i suoi eleganti lounge sul lungomare, ma è anche piena di scogliere nascoste lontane dal centro, dove la natura regna sovrana. Pantelleria offre la sua quota di resort esclusivi e di lusso, ma ci sono anche ampie zone di natura selvaggia per chi ama il lato più indomito dell’isola.
Andare in spiaggia qui è un’attività improvvisata. In Toscana, sull’Elba, spesso significa prendere una fetta di focaccia e un po’ di frutta prima di partire per un’escursione verso una baia appartata. In Puglia, sulle isole Tremiti, i vacanzieri spesso si dirigono verso il mare con una pasta al forno o una parmigiana cucinate la sera prima, da condividere direttamente dalle teglie di alluminio, mentre un’anguria si rinfresca nell’acqua.
Un tempo pensavo alla spiaggia principalmente come a un luogo per nuotare e prendere il sole. Gli anni trascorsi sulle isole minori, però, mi hanno aperto gli occhi. Qui, la spiaggia è tanto fatta di bagni e abbronzatura quanto di assaporare il suono delle cicale, l’ombra e i profumi di una pineta resinosa.
La magia della passeggiata di mezzanotte
Il ritmo della vita sulle isole minori è, per sua natura, irregolare. Da un lato è caotico e stressante. Dall’altro, rilassato e soporifero. C’è molto spazio per una socialità conviviale e vibrante, eppure è facile rifugiarsi in esperienze più solitarie, persino spirituali. In nessun momento questi estremi risultano più evidenti che dopo il tramonto.
L’ora dell’aperitivo nei piccoli porti italiani è uno spettacolo da vedere. È il momento in cui il DNA di ogni isola si ricompone: i residenti, gli habitué “itineranti”, i proprietari di seconde case e i turisti curiosi emergono tutti insieme per una serata in paese. Con così poco di “programmato” da fare, la sera si distende in modo lussuoso. Sulla terraferma, l’aperitivo è spesso solo il preludio a una prenotazione per la cena. Sulle isole minori, il tempo è più fluido. Si mangia presto, si mangia tardi, oppure si allungano semplicemente i drink fino a trasformarli in un pasto. Molti comuni organizzano festival nei mesi più caldi, con programmi serali che includono band locali, attori e poeti. A seconda della regione, ho assistito a danze popolari che vanno dall’elegante trescone alle frenetiche tarantelle.
Nonostante la gioia di questi ritrovi, però, il piacere notturno non è confinato solo ai locali e alla musica. Per me, ciò che rende le isole minori incomparabili rispetto alle loro controparti sulla terraferma è l’incontro diretto, primordiale, con la natura. A differenza delle coste adriatiche e tirreniche, troppo spesso deturpate da periferie trascurate e distese di cemento, qui la bellezza è ovunque, già nelle immediate vicinanze dei porti.
Quando qualche anno fa ho soggiornato a Procida, una delle mie esperienze preferite è stata tornare a piedi dalla cena lungo la Marina di Corricella verso il mio alloggio, ammirando le piccole ville, i gatti, le statue della Madonna illuminate al neon nelle stradine, mentre passeggiavo nella notte.
Quando ho soggiornato a Malfa, sull’isola di Salina, il mio bed and breakfast si trovava a qualche chilometro dal paese. Anche se a volte era scomodo, alcuni dei ricordi più duraturi di quel viaggio sono proprio le passeggiate di ritorno dal porto, attraverso campi di fichi d’India e cactus fino al mio piccolo appartamento, con l’odore dell’erba, del finocchietto selvatico e del dolce vino zibibbo sospeso nell’aria calda, e le stelle distese sopra di me come una mappa.
L’ora dell’aperitivo nei piccoli porti italiani è uno spettacolo da vedere. È il momento in cui il DNA di ogni isola si ricompone: i residenti, gli habitué “itineranti”, i proprietari di seconde case e i turisti curiosi emergono tutti insieme per una serata in paese. Con così poco di “programmato” da fare, la sera si distende in modo lussuoso.
Smontare gli stereotipi
Come giornalista, mi sono spesso trovato a raccogliere immagini stereotipate di come dovrebbe essere l’Italia. Ho ritratto una Toscana che sembra la Val d’Orcia, con i suoi cipressi, o una Puglia fatta solo di trulli e ulivi. Eppure, sebbene queste etichette esistano per una buona ragione, viaggiare seguendole troppo rigidamente rischia di generare un itinerario prevedibile.
Le isole minori offrono una via di fuga da tutto questo. Grazie al loro isolamento, non si limitano a riflettere le regioni da cui dipendono; condensano le identità in qualcosa di completamente unico. Levanzo e Favignana sono entrambe siciliane, eppure ognuna possiede un’identità propria e distintiva. Dall’Isola di San Pietro in Sardegna, che sembra quasi ligure, alle case a tetto piatto in stile nordafricano di Linosa, questi luoghi offrono una versione più profonda e sfaccettata del paese.
Durante quel primo viaggio a Ustica, in quella piazza affollata, sono stato strappato dal mio “cervello da scrittore” iper-analitico e catapultato nel presente. Da quel momento ho imparato a lasciar andare le etichette sull’Italia. Ho scoperto che le limitazioni e la semplicità della vita isolana non sono ostacoli da superare, ma proprio ciò che rende l’esperienza autentica. Questi luoghi mi hanno insegnato che i vincoli possono essere liberatori, perché eliminano le aspettative e favoriscono un tipo di viaggio più consapevole e locale.
Abbracciando il ritmo lento e spesso imprevedibile di queste coste, ho scoperto una versione dell’Italia che resta fieramente indipendente e vibrante. Fidati di me: che tu sia un visitatore navigato o alle prime armi con il paese, un viaggio alle isole minori offre la sicurezza di tutto ciò che cerchi dall’Italia e, al contempo, il brivido di un’avventura sottile e rigenerante.
Abbracciando il ritmo lento e spesso imprevedibile di queste coste, ho scoperto una versione dell’Italia che resta fieramente indipendente e vibrante.
L'autore
Scritto il 20/02/2026

Jamie Mackay
Un racconto d’estate sulle isole minori italiane e di come questi luoghi sospesi sappiano catturare l’essenza più autentica della vita italiana.