La Sardegna è fatta di una Bellezza che non si può comprendere se non si conoscono le sue antiche tradizioni e la magia in cui ancora oggi credono molti degli abitanti. Il Carnevale è il momento dell’anno in cui tutto il mondo indossa delle maschere ma qui si tratta di qualcosa di più profondo.

“In Sardegna, tra gente rimasta appartata e quasi isolata dal resto del mondo, si prolunga, più che nelle altre regioni, una facoltà primitiva di mescolare la realtà alla leggenda e al sogno.”

Guido Piovene

LE MOLTE ANIME DEL CARNEVALE DI SARDEGNA

“Su Karrasecare” (il Carnevale in lingua sarda) ha tanti volti e, grazie a un attento lavoro delle Pro Loco e alla memoria degli anziani, questo grande patrimonio non è stato dimenticato. I festeggiamenti iniziano ogni anno il 16 gennaio con i falò di Sant’Antonio Abate e molti paesi dell’isola diventano teatro di riti pagani tutti diversi. La lotta tra uomo e natura è il tema più ricorrente e il denominatore comune è quasi sempre la lunga tradizione agropastorale, con due grandi protagonisti: le maschere e il cavallo. In qualche città si possono trovare carri allegorici simili ai carnevali più “classici”, però il fascino di misteriose creature e giostre equestri non ha eguali. 

I MAMUTHONES E LE ALTRE CREATURE DEL CUORE DELLA SARDEGNA

Il cuore della Sardegna, fra le montagne dell'Ogliastra e della Barbagia, sembra il teatro perfetto per leggende e riti misteriosi, grazie alla conformazione delle rocce che proiettano ombre simili a sagome di creature strane. Qui chi veste le sembianze dei demoni e degli esseri metà uomo e metà bestia racconta di avere la sensazione forte di non capire più se è lui ad indossare la maschera o viceversa; infatti la stessa vestizione è una cerimonia religiosa-pagana, molto scrupolosa, vissuta come una sorta di “metamorfosi”. 

Una divinità ricorrente nella mitologia e nella cultura della Sardegna è Su Maimoni: il dio della pioggia è invocato come mille anni fa in Ogliastra e in alcuni centri della Barbagia da un popolo che soffriva periodi di siccità tremendi, e la sua rappresentazione ricompare con nomi diversi in rituali di vari paesi. Sfilano per le strade di Tertenia le maschere di Su Maimoni, intonando: “Maimone Maimone abbacheret su laòre abbacheret su siccau, Maimone laudau”! (Maimone, Maimone chiede acqua il frumento, chiede acqua il seccato, Maimone laudato!) e altre figure fanno la loro comparsa in tutto questo mentre il ballare lento delle maschere con il loro ritmo cadenzato spera che la natura voglia essere benevola.

A Mamoiada un rumore di campanacci si sente avanzare in lontananza su passi pesanti all'unisono: sono i Mamuthones, variante più famosa della divinità, con il loro incedere lento e solenne, in assoluto la più conosciuta delle maschere di Sardegna. “Sa visera” dalle cupe sembianze antropomorfe copre il viso, il corpo è vestito con pellicce nere di pecora e pesanti campanacci ed è sorprendente il contrasto con l’altro protagonista dello stesso Carnevale: gli Issohadores. Così diversi nell'abbigliamento e nelle movenze, essi indossano una maschera bianca in legno, il copricapo tradizionale in panno nero, giacca rossa e pantaloni bianchi. Due protagonisti dello stesso rituale, che sfilano per le strade del paese in due file parallele: i primi, lenti, muti, scuri e pesanti, creano una sorta di danza all’unisono, una “processione danzata”, e di tanto in tanto compiono tutti insieme tre rapidi salti su se stessi; gli Issohadores sono agili, colorati ed eleganti, e a differenza dei Mamuthones interagiscono con il pubblico lanciando “sa soha” (la loro fune) fra la gente.

Ecco una costante di molti “Karrasecare”: la dualità inscindibile di due figure diverse che non avrebbero senso l'una senza l'altra. E così Urthos e Buttudos sono le anime del carnevale di Fonni, di cui i primi incarnano il dio dei morti e delle tenebre e i secondi sono i loro guardiani. Gli Urthos appaiono con pelli di montone solitamente bianche e le braccia e il visto ricoperti di fuliggine e possenti, agili e forti trascinano i Buttudos, cercando di arrampicarsi ovunque. Ad Ottana, Boes e Merdules celebrano la divinità punico-nuragica del toro e l'uomo che cerca di domare la bestia. Accanto ad essi, la Filonzana si aggira tra la folla minacciando di tagliarne il filo della vita, avvolto intorno al suo fuso. Da sotto la loro rossa maschera di sughero simulano la voce del vento, come i lamenti di anime in pena, i Bundos di Orani, “il figlio e il dio del vento”: vestiti di orbace (un tessuto di lana tipico della Sardegna), neri rappresentano il male, bianchi il bene.


LE ESIBIZIONI EQUESTRI NEL CARNEVALE DI SARDEGNA

Lasciato il lento incedere dei Mamuthones arriviamo alle tradizioni del Carnevale Sardo che celebrano l’altro elemento sacro della vita agropastorale: il cavallo, fra acrobazie e corse spericolate. La più famosa di tutte è la Sartiglia di Oristano, che va in scena l’ultima domenica e martedì di Carnevale: la giostra della domenica è curata dal Gremio (antica corporazione) dei Contadini, quella del martedì dal Gremio dei Falegnami. La figura centrale è Su Componidori che, dopo una solenne cerimonia di vestizione, sarà il primo a lanciarsi in una sfrenata corsa al galoppo lungo la via del duomo, la “corsa alla stella”, cercando di infilare la stella prima con la spada e poi con “su stoccu” (una lancia di legno), e poi toccherà agli altri cavalieri scelti da lui. Ogni stella infilzata è auspicio di buon raccolto. Dopo è la volta delle pariglie, dove i cavalieri in gruppi di tre si cimentano in spericolate acrobazie tra squilli di tromba e rulli di tamburi.

Anche la maschera indossata da Su Componidori e dai cavalieri richiama valori mitici e sacri. Ha tratti androgini ed è un unico pezzo di legno intagliato e dipinto di vernice color terra o bianca a seconda dei due Gremi e, insieme all’abito e al capello, trasforma chi la indossa in una divinità che ha il potere di benedire la folla (per questo motivo Su Componidori non può scendere da cavallo mentre veste la maschera).

Sempre nella provincia di Oristano, a Santo Lussurgiu, si tiene Sa Carrela ‘e Nanti, un Carnevale equestre caratterizzato da una corsa a pariglia di cavalli tra le più spericolate dell’isola, dove i cavalieri si lanciano a gran velocità lungo una strada sterrata lunga circa 350 metri in discesa con l’obiettivo di compiere tutta la corsa “uniti”, con il braccio di uno sul braccio dell’altro. Essi sono sempre originari di Santu Lussurgiu e la tradizione prevede che indossino una maschera o abbiano il volto dipinto. La manifestazione si svolge in tre giornate e anche la folla è parte integrante dell’evento: si apre un attimo prima dell’arrivo dei cavalli per richiudersi subito dopo.

Il sole cala sui Mamuthones e sulle altre creature. Il loro viso cupo lascia di nuovo spazio a sembianze umane e si torna alla vita di tutti i giorni. Quella maschera, però, è lì appesa al muro di tante case, come a ricordare che gli spiriti e le creature magiche di Sardegna sono sempre presenti nell'aria, nella terra, nell'anima di questa isola tra magia e realtà e nel vento che sembra trasportare ancora il suono di campanacci in lontananza.

Tutto questo meraviglioso patrimonio culturale sardo nel 2021, causa pandemia, purtroppo non potrà prendersi il suo consueto spazio.


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