Maju giuvini e beddu si ni veni,
ca i so jorna non scurano mai;
si l’ha scupato li so’ magazzeri,
e ni pò tutti scanzari di guai;
cantano l’aciduzzi, e ci cunveni,
fanu li nidi ‘ntra sipali e gai;
ora si cissirannu li me peni,
lu suli manna duci li so rai
Maggio giovane e bello viene,
ché i suoi giorni non scuriscono mai;
ha sistemato tutti i suoi mulini
e può a tutti evitare guai;
cantano gli uccellini, e gli conviene,
fanno i nidi nelle siepi e negli sterpi;
ora cesseranno le mie pene,
il sole manda dolci i suoi raggi

(Tratta dall'Almanacco Popolare Palermitano)

Modo di dire del mese

ijiri all’Erba
Contrada L’Erba era una zona di Palermo - identificabile adesso nella zona dell’Ospedale dei Bambini, dietro Piazza Indipendenza - piuttosto malfamata, dove le prostitute lavoravano.
Quel luogo è così malamente celebre che “andare all’Erba” è diventato un modo dispregiativo per indicare chi va a donne.

Venditore ambulante del mese

Lu Conzalemmi
In italiano: “concia-brocche”, un venditore ambulante il quale, passando per le strade dei quartieri di Palermo, gridava: “ammola cutiedda! Conzalemmi!” (arroto coltelli, aggiusto brocche), segnalando a tutte le donne nei dintorni la sua presenza. Abilissimo artigiano, riparava come nuovi brocche di metallo o di ceramica.

Tradizioni antiche di Maggio a Palermo

I diavoli per aria del primo maggio
A maggio inizia a soffiare un vento caldo che molto rimanda all’estate. In passato si pensava che questo caldo fosse il volo dei diavoli. Così, a Bompietro (un paese a 106 chilometri da Palermo) escogitarono una protezione dal male: proprio l’uno maggio si usò mangiare aglio; i diavoli venivano considerati come creature dall’olfatto finissimo, cosicché mangiare aglio e soffiare in aria avrebbe assicurato la salvezza da questa invasione.

31 Maggio: La notti di la Scèusa
Non si conoscono le origini di questa tradizione, ma certamente sono molto antiche dato che ciò che state per leggere ritrae Palermo e il corso vittorio quando ancora la città concludeva a Porta Nuova, oltre la quale era solo campagna.
Il 31 maggio, al tramonto, quando la città volgeva verso la silenziosa notte, era possibile sentire, per tutto Corso Vittorio Emanuele, un tintinnìo di campanacci e cantilene per richiamare: erano greggi di pecore, guidate dai pastori, che attraversavano la campagna per arrivare al Foro Italico: i pastori guidavano le pecore fino al mare per lavarle.
Lungo tutto corso vittorio le donne mettevano, alle loro finestre, una bacinella d’acqua con petali di rose, in quanto si credeva che quella sera ogni fonte d’acqua venisse santificata. All’indomani, con l’acqua di quella bacinella si lavavano la faccia.
Una volta raggiunto il Foro Italico, non erano solo le pecore a bagnarsi nelle acque del mare: molte persone, soprattutto le più bisognose, si gettavano in acqua in cerca di una benedizione.

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